
Tumore della prostata ad alto rischio: lo studio internazionale PROTEUS presentato ad ASCO apre nuove prospettive
PUBBLICATO IL 03 GIUGNO 2026
Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente nella popolazione maschile adulta: in Italia, infatti, si registrano ogni anno oltre 40.000 nuove diagnosi. Nella maggior parte dei casi la malattia cresce lentamente e può essere curata o monitorata nel tempo, ma esistono forme più aggressive, definite “ad alto rischio”, che possono ripresentarsi anche dopo l’intervento chirurgico.
Proprio a queste forme è dedicato il recente studio internazionale PROTEUS di fase 3, pubblicato sul New England Journal of Medicine e presentato in sessione plenaria al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, ASCO 2026, uno dei principali appuntamenti mondiali dedicati alla ricerca oncologica.
La ricerca dimostra che integrare la chirurgia con una terapia farmacologica somministrata prima e dopo l’intervento può:
- migliorare il controllo della malattia;
- ridurre il rischio di progressione nei pazienti con tumore della prostata ad alto rischio.
Tra gli autori figura il professor Alberto Briganti, professore ordinario di Urologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e urologo dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, tra i centri italiani coinvolti nello studio.
Che cos’è il tumore della prostata
La prostata è una piccola ghiandola dell’apparato genitale maschile, situata sotto la vescica e davanti al retto, che ha il compito di produrre una parte del liquido seminale. Il tumore della prostata nasce quando alcune cellule della ghiandola iniziano a crescere in modo incontrollato.
Nelle fasi iniziali spesso non dà sintomi e, quando compaiono, i disturbi possono riguardare soprattutto la minzione, cioè il modo in cui si urina: difficoltà a iniziare a urinare, bisogno di urinare spesso, getto debole, sensazione di non svuotare completamente la vescica o, più raramente, presenza di sangue nelle urine o nello sperma.
Questi sintomi non indicano necessariamente un tumore: possono essere legati anche a condizioni benigne, come l’ingrossamento della prostata, per questo è importante rivolgersi allo specialista urologo, che può valutare il quadro clinico e indicare gli esami più appropriati.
“Il tumore della prostata è una malattia molto frequente, ma non è uguale per tutti i pazienti - spiega il professor Francesco Montorsi, primario dell’Unità Operativa di Urologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore ordinario di Urologia all’Università Vita-Salute San Raffaele -. Ci sono forme poco aggressive, che possono essere controllate nel tempo, e forme che richiedono invece un trattamento più tempestivo. Il primo passo è una diagnosi accurata, che permetta di distinguere i diversi livelli di rischio e di proporre a ogni persona il percorso più adatto”.
Come si arriva alla diagnosi di tumore alla prostata
L’iter diagnostico parte dalla visita urologica e dal PSA, un esame del sangue che misura una proteina prodotta dalla prostata: un valore alto di PSA non significa automaticamente che ci sia un tumore, ma può indicare la necessità di ulteriori controlli.
“Oggi un ruolo fondamentale è svolto dalla risonanza magnetica multiparametrica, un esame di imaging che permette di osservare la prostata in modo dettagliato e di individuare eventuali aree sospette – spiega il professor Montorsi -. Se necessario, si procede poi con la biopsia, cioè il prelievo di piccoli campioni di tessuto prostatico da analizzare al microscopio”.
Le possibili terapie per il tumore della prostata
La scelta della cura dipende dal tipo di tumore, dalla sua aggressività, dall’età del paziente, dalle condizioni generali di salute e dalle preferenze della persona.
Quando la malattia è poco aggressiva, può essere indicata la sorveglianza attiva: non significa “non curare”, ma controllare il tumore con esami periodici e intervenire solo se compaiono segnali di progressione.
Quando invece il tumore è più aggressivo, le opzioni possono includere:
- la chirurgia;
- la radioterapia;
- la terapia ormonale;
- una combinazione di più trattamenti.
“Al San Raffaele la cura del tumore della prostata si basa su un approccio multidisciplinare - prosegue il professor Montorsi -. Questo è particolarmente importante nei tumori ad alto rischio, dove la strategia terapeutica deve essere costruita con grande precisione e condivisa tra specialisti diversi, per offrire a ogni paziente il trattamento più appropriato”.
Lo studio PROTEUS: una nuova strategia per i pazienti con tumore alla prostata ad alto rischio
Lo studio PROTEUS di fase 3 ha valutato una nuova strategia per i pazienti con tumore della prostata localizzato ad alto rischio o localmente avanzato candidati alla prostatectomia radicale, cioè l’intervento chirurgico di rimozione della prostata. La ricerca, coordinata dal Dana-Farber Cancer Institute e sponsorizzato da Johnson & Johnson, ha coinvolto 2.109 pazienti in 184 centri di 18 Paesi, tra cui l’Italia con l’IRCCS Ospedale San Raffaele.
I ricercatori hanno confrontato la terapia ormonale standard con una combinazione di terapia ormonale e apalutamide, un farmaco che blocca il recettore degli androgeni, cioè il meccanismo attraverso cui gli ormoni maschili stimolano le cellule tumorali.
“I risultati mostrano che l’aggiunta di apalutamide alla terapia ormonale migliora il controllo della malattia - racconta il professor Alberto Briganti -.
A 5 anni, il 78,2% dei pazienti trattati con la combinazione risultava libero da metastasi, rispetto al 73,5% dei pazienti trattati con la sola terapia ormonale standard”.
Il trattamento è stato somministrato sia prima, sia dopo l’intervento: 6 mesi prima della chirurgia e 6 mesi dopo. Questa strategia viene definita “perioperatoria”, perché accompagna il paziente nel periodo che precede e segue l’operazione.
“Il dato più rilevante è che, per la prima volta, una strategia sistemica perioperatoria dimostra un beneficio concreto sugli esiti oncologici a lungo termine in questo gruppo di pazienti – prosegue il professor Briganti -. Finora i trattamenti somministrati prima della chirurgia nel tumore della prostata non avevano prodotto risultati sufficientemente solidi da modificare la pratica clinica”.
Diagnostica avanzata e approccio multidisciplinare
Uno degli aspetti innovativi dello studio PROTEUS riguarda anche l’utilizzo delle tecnologie diagnostiche più avanzate nella gestione dei pazienti.
Nello studio è stata infatti impiegata anche la PSMA-PET, un esame disponibile all’interno dell’Unità di Medicina Nucleare del San Raffaele che permette di individuare con maggiore precisione eventuali localizzazioni della malattia, anche molto piccole, e che oggi ha un ruolo sempre più importante nella valutazione dei tumori della prostata più aggressivi.
“Lo studio conferma quanto la gestione del tumore della prostata ad alto rischio sia sempre più multidisciplinare - precisa il professor Briganti -. Urologi, oncologi, medici nucleari, radiologi, radioterapisti e anatomopatologi lavorano insieme per costruire percorsi terapeutici personalizzati, basati sulle caratteristiche della malattia e del singolo paziente”.
In questo contesto, i Comprehensive Cancer Center come il San Raffaele hanno un ruolo fondamentale perché permettono di integrare ricerca clinica, tecnologie innovative e presa in carico multidisciplinare all’interno di un unico percorso di cura.
Verso cure sempre più personalizzate
I risultati dello studio PROTEUS aprono una nuova prospettiva per il trattamento dei pazienti con tumore della prostata ad alto rischio. Saranno necessari ulteriori dati per valutare l’impatto sulla sopravvivenza globale, ma lo studio rafforza l’importanza di percorsi personalizzati, in cui chirurgia, farmaci, imaging avanzato e valutazione multidisciplinare vengono integrati fin dalle fasi iniziali della malattia.
“Il futuro sarà sempre più orientato verso trattamenti costruiti sul profilo biologico del tumore e sulle caratteristiche del singolo paziente – conclude il professor Briganti -. La sfida non è soltanto aumentare la sopravvivenza, ma ridurre il rischio che la malattia evolva verso forme metastatiche, mantenendo al centro anche la qualità di vita”.
“Il San Raffaele è orgoglioso di aver contribuito a uno studio internazionale di questa rilevanza, che dimostra quanto la ricerca possa trasformarsi in nuove opportunità concrete per i pazienti - afferma il professor Francesco Montorsi -. L’eccellenza clinica, l’approccio multidisciplinare e la capacità di portare l’innovazione scientifica nella pratica clinica quotidiana sono da sempre al centro della nostra missione. Questo lavoro va esattamente in questa direzione: costruire percorsi di cura sempre più personalizzati, capaci non solo di migliorare il controllo della malattia, ma anche di mettere al centro la qualità di vita e i bisogni della persona”.



