Alzheimer: l’esperienza del San Raffaele come modello per integrare le terapie anti-amiloide nella pratica clinica reale

Alzheimer: l’esperienza del San Raffaele come modello per integrare le terapie anti-amiloide nella pratica clinica reale

PUBBLICATO IL 16 FEBBRAIO 2026

Alzheimer: l’esperienza del San Raffaele come modello per integrare le terapie anti-amiloide nella pratica clinica reale

PUBBLICATO IL 16 FEBBRAIO 2026

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L’arrivo delle prime terapie biologiche in grado di rallentare la progressione della malattia di Alzheimer nelle sue fasi iniziali segna una svolta storica nella neurologia. Ma perché questa rivoluzione terapeutica possa davvero tradursi in beneficio per i pazienti, è necessario ripensare in profondità i percorsi di diagnosi, monitoraggio e presa in carico.

È questo il messaggio della Personal View pubblicata dal Prof. Massimo Filippi, direttore dell’Unità di Neurologia, del servizio di Neurofisiologia e dell'Unità di Neuroriabilitazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele, su The Lancet Regional Health – Europe

L’articolo racconta l’esperienza del primo centro europeo per la malattia di Alzheimer (CARD dell’IRCCS Ospedale San Raffaele) ad aver introdotto nella pratica clinica le nuove terapie anti-amiloide, offrendo una mappa concreta per guidare il cambiamento oltre il farmaco e ridisegnare l’intero ecosistema di cura di questa malattia. 

 

Alzheimer: una malattia che cresce, una sfida globale

Oggi nel mondo oltre 55 milioni di persone convivono con una forma di demenza, e l’Alzheimer rappresenta circa il 60–70% dei casi. In Italia si stima che siano più di 600 mila le persone colpite: numeri destinati ad aumentare con l’invecchiamento della popolazione. 

Per decenni le terapie disponibili hanno agito solo sui sintomi, senza modificare il decorso della malattia. 

I nuovi farmaci, come lecanemab e donanemab, che rimuovono le placche amiloidi che contraddistinguono la malattia inaugurano invece una nuova era: quella dei trattamenti “disease-modifying”, capaci di intervenire sui meccanismi biologici alla base della patologia. L’approvazione da parte della Commissione Europea a seguito del parere positivo dell’European Medicines Agency ha infatti aperto la strada all’implementazione clinica di queste terapie anche nel nostro Paese.

 

Dal laboratorio alla vita reale: la domanda di ricerca

Ma come si traduce questa rivoluzione nella quotidianità di un grande Ospedale come il San Raffaele? Da questa domanda è partito il team del Centro per la malattia di Alzheimer e patologie correlate (CARD) del San Raffaele. “Ci siamo chiesti come rendere davvero accessibili queste terapie, garantendo al tempo stesso sicurezza, appropriatezza e continuità di cura - spiega il professor Filippi -. Non basta avere un farmaco: serve un nuovo modello organizzativo”.

Per questo è stato creato un percorso accelerato (“fast-track”) che integra: 

  • valutazioni cliniche; 
  • test cognitivi e genetici; 
  • biomarcatori su sangue e liquido cerebrospinale; 
  • risonanza magnetica e PET cerebrale.

Il tutto con un approccio multidisciplinare che coinvolge neurologi, neuroradiologi, specialisti in medicina nucleare, neuropsicologi, farmacisti e infermieri.

 

Il percorso progettato dal Centro per l'Alzheimer e le patologie correlate (CARD)

Il modello descritto nella review nasce all’interno del Centro per la malattia di Alzheimer e patologie correlate (CARD), che ha avuto un ruolo pionieristico nell’introduzione delle nuove terapie anti-amiloide nella pratica clinica italiana ed europea. Il centro, infatti, è stato il primo ad avviare la somministrazione di lecanemab, già a partire da settembre 2024, e di donanemab nel febbraio 2025, grazie all’utilizzo terapeutico controllato consentito dal decreto del Ministro della Sanità, ben prima dell’autorizzazione formale da parte delle autorità regolatorie. 

Questo impegno ha consentito di sperimentare e perfezionare un percorso clinico strutturato che unisce: 

  • diagnosi biologica precoce; 
  • valutazione dei fattori di rischio;
  • monitoraggio clinico e neuroradiologico; 
  • gestione multidisciplinare dei pazienti.

Ad oggi, CARD ha avviato il trattamento in oltre 40 pazienti con Alzheimer nelle fasi iniziali. I dati mostrano che è possibile costruire un percorso rapido ma rigoroso, in grado di portare dalla prima valutazione all’inizio della terapia in circa 10 settimane.

“La selezione dei pazienti deve basarsi su un insieme integrato di dati clinici, funzionali e biologici, superando soglie numeriche prestabilite; il monitoraggio della sicurezza, in particolare delle cosiddette ARIA (alterazioni legate all’amiloide e dovute all’aumento della permeabilità vascolare, visibili alla risonanza magnetica), può essere personalizzato in base al profilo di rischio del singolo paziente; infine la comunicazione continua con pazienti e familiari è parte integrante della terapia, soprattutto quando i benefici sono graduali e le decisioni complesse - continua il professor Filippi -.

Stiamo imparando che la vera innovazione non è solo farmacologica, ma organizzativa e culturale. È un cambio di paradigma che richiede nuove competenze, nuovi tempi e una nuova alleanza con il paziente”. 

 

Il ruolo del San Raffaele e le collaborazioni

La collaborazione tra clinici, ricercatori e specialisti delle diverse unità dell’Ospedale (neurologia, neuroimaging, neuropsicologia) è stata fondamentale per tradurre rapidamente le evidenze scientifiche in un modello di cura che oggi può fungere da riferimento per altre strutture italiane ed europee. 

Il San Raffaele ha inoltre consolidato relazioni con gruppi di ricerca nazionali e internazionali, contribuendo a una rete di scambio di dati e competenze mirata a ottimizzare l’uso di terapie innovative come lecanemab e donanemab, e a integrare nuove tecnologie diagnostiche. 

I prossimi passi saranno: 

  • la definizione di criteri sempre più personalizzati per l’accesso alle terapie;
  • lo sviluppo di biomarcatori ematici per monitorare la risposta ai trattamenti;
  • la creazione di registri internazionali di “real-world data” per comprendere l’impatto a lungo termine.

“Ci troviamo all’inizio di un nuovo capitolo nella storia dell’Alzheimer - conclude Filippi -. Per la prima volta possiamo intervenire sui meccanismi della malattia. Ora la sfida è rendere questa opportunità concreta, equa e sostenibile per i pazienti. Il San Raffaele continuerà a essere in prima linea, trasformando l’innovazione scientifica in percorsi di cura reali”.