
Alzheimer, i sintomi iniziali e quando rivolgersi allo specialista
PUBBLICATO IL 21 SETTEMBRE 2026
Nella malattia di Alzheimer, le alterazioni biologiche possono precedere i sintomi di molti anni, ma la presenza di biomarcatori positivi non consente di prevedere con certezza l’evoluzione clinica. Intelligenza artificiale e nuovi strumenti diagnostici aiutano a valutare i pazienti, mentre familiari e persone vicine possono contribuire riconoscendo difficoltà persistenti e progressive.
In occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer, che ricorre ogni 21 settembre, spiega i segnali iniziali a cui stare attenti il Prof. Massimo Filippi, direttore dell’Unità di Neurologia, del servizio di Neurofisiologia e dell'Unità di Neuroriabilitazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinario di Neurologia e direttore della Scuola di Specializzazione in Neurologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele.
I segnali che possono osservare i familiari
I familiari spesso riconoscono per primi una difficoltà, anche perché la persona interessata può percepire poco alcuni disturbi. Un singolo episodio di dimenticanza, considerato isolatamente, non basta a indicare una malattia.
È più utile verificare se esista una differenza rispetto alle capacità precedenti e se questa tenda a persistere o ad aggravarsi.
Tra i segnali da riferire al medico rientrano:
- domande ripetute di frequente;
- appuntamenti dimenticati;
- nuove difficoltà nella gestione del denaro o dei farmaci.
Possono comparire:
- problemi nell’organizzare attività abituali;
- episodi di disorientamento;
- difficoltà nel trovare le parole;
- modificazioni rilevanti del comportamento.
Durante la visita neurologica, il familiare può ricostruire quando sono iniziati i disturbi, come si sono evoluti e quanto incidono sulla vita quotidiana. Sono informazioni utili per completare quanto emerge dal colloquio con il paziente e dagli esami.
Dimenticanze legate all’età o possibili sintomi?
Con l’invecchiamento può diventare più lento recuperare un nome o un’informazione. Può anche capitare di entrare in una stanza e dimenticare per qualche momento che cosa si volesse fare. Episodi di questo tipo non indicano automaticamente una patologia neurodegenerativa.
Meritano, invece, una valutazione le difficoltà progressive che segnano una differenza rispetto al funzionamento abituale e interferiscono con le attività quotidiane. Alcuni esempi che richiedono un approfondimento sono:
- dimenticare ripetutamente conversazioni appena avvenute
- porre più volte la stessa domanda
- perdersi in luoghi conosciuti o non riuscire più a svolgere compiti prima abituali
- difficoltà linguistiche sempre più evidenti
- modificazioni significative del comportamento.
La distinzione tra normale invecchiamento e inizio di una patologia non può sempre essere effettuata dalla persona o dai suoi familiari. Quando il cambiamento è persistente e progressivo, l’indicazione è richiedere una valutazione neurologica e neuropsicologica.
Sospetto Alzheimer in famiglia: come comportarsi?
Quando si sospetta che un genitore o un altro parente presenti i primi disturbi della malattia, è consigliabile non pensare sin da subito che si tratta di Alzheimer. Si può descrivere ciò che è stato osservato e proporre di chiedere una visita medica per comprenderne la causa: “L’obiettivo dovrebbe essere quello di proporre una valutazione, non di formulare una diagnosi in famiglia”, avverte il neurologo.
Le difficoltà cognitive possono infatti avere origini diverse. Tra le possibili cause figurano depressione, disturbi del sonno, problemi alla tiroide, deficit vitaminici, effetti dei farmaci, disturbi uditivi e altre patologie neurologiche. Alcune di queste condizioni sono potenzialmente reversibili.
Non è consigliabile lasciare trascorrere anni prima di chiedere un parere. Gli strumenti diagnostici disponibili permettono valutazioni più precise rispetto al passato e una diagnosi tempestiva conserva maggiori possibilità di intervento.
Le alterazioni biologiche nell’Alzheimer: un esordio silenzioso
Le alterazioni biologiche associate alla malattia di Alzheimer possono iniziare molto prima che compaiano disturbi cognitivi evidenti. L’accumulo di beta-amiloide e altri processi caratteristici della patologia può essere presente “10-20 anni, e in alcuni casi anche più, prima della comparsa dei sintomi clinici”, spiega il Professore.
La possibilità di individuare queste alterazioni con largo anticipo apre prospettive importanti, ma nelle persone asintomatiche la ricerca dei biomarcatori della malattia di Alzheimer trova oggi indicazione nell’ambito di studi di ricerca o di trial clinici, all’interno di percorsi specialistici e con adeguate cautele.
Un’eventuale positività indica, infatti, la presenza di alterazioni biologiche associate alla malattia, ma non equivale a una diagnosi clinica di Alzheimer, né consente di stabilire con certezza se, e soprattutto quando, potranno comparire disturbi cognitivi.
Su quali fattori di rischio modificabili si può intervenire
Anche in assenza di sintomi è possibile agire sui fattori di rischio modificabili. Le indicazioni riguardano:
- l’attività fisica;
- il controllo della pressione arteriosa, del diabete e del colesterolo;
- l’astensione dal fumo;
- il mantenimento di attività cognitive e sociali.
Vanno inoltre trattati i disturbi dell’udito e della vista e curata la qualità del sonno.
Questi interventi non sostituiscono una terapia specifica per l’Alzheimer e non autorizzano a prevedere l’evoluzione della singola persona, ma hanno una funzionalità preventiva.
Come l’intelligenza artificiale supporta la diagnosi dell’Alzheimer
La valutazione dell’Alzheimer produce una quantità di informazioni molto più ampia rispetto al passato. Comprende:
- test cognitivi;
- risonanza magnetica;
- PET;
- biomarcatori rilevati nel sangue o nel liquido cerebrospinale;
- dati genetici e clinici.
Gli algoritmi possono:
- esaminare contemporaneamente queste informazioni;
- riconoscere configurazioni complesse.
Per esempio, nelle tecniche di neuroimmagine (l’insieme dei metodi che permettono di visualizzare la struttura del cervello e di studiarne l’attività o alcuni processi biologici) gli algoritmi consentono di automatizzare la segmentazione delle strutture cerebrali, misurare l’atrofia o la deposizione dei traccianti PET e confrontare i dati di un paziente con quelli di ampie popolazioni di riferimento.
La precisione di questi strumenti dipende però dai dati utilizzati per svilupparli e validarli. Un modello accurato in una determinata popolazione può fornire risultati meno affidabili in pazienti con caratteristiche differenti, esaminati in altri centri o con apparecchiature diverse. Servono quindi studi multicentrici, validazioni esterne, trasparenza sui metodi impiegati e verifiche dei possibili bias.
L’obiettivo clinico non è sostituire il neurologo. L’intelligenza artificiale può affiancarlo nell’organizzazione e nell’interpretazione di dati sempre più numerosi, lasciando allo specialista la valutazione complessiva del paziente e le decisioni conseguenti.



