Gli Hantavirus si comportano come il Covid-19? Cosa sappiamo sul rischio di contagio

Gli Hantavirus si comportano come il Covid-19? Cosa sappiamo sul rischio di contagio

PUBBLICATO IL 22 MAGGIO 2026

Gli Hantavirus si comportano come il Covid-19? Cosa sappiamo sul rischio di contagio

PUBBLICATO IL 22 MAGGIO 2026

Leggi il cv della Prof.ssa Castagna

Negli ultimi mesi, gli Hantavirus sono entrati al centro dell’attenzione mediatica, alimentando dubbi e preoccupazioni legate alla possibilità di una nuova emergenza sanitaria globale. Il paragone con il Covid-19, inevitabile dopo l’esperienza pandemica recente, ha tuttavia generato spesso informazioni imprecise e interpretazioni fuorvianti.

A chiarire le reali differenze tra Hantavirus e SARS-CoV-2 è la professoressa Antonella Castagna, Direttore dell’Unità di Malattie Infettive dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro e della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali dell’Università Vita-Salute San Raffaele, che sottolinea come il rischio epidemiologico associato agli Hantavirus sia attualmente considerato basso dalle principali autorità sanitarie internazionali.

Sebbene un particolare ceppo di Hantavirus, l’Andes virus, abbia dimostrato la possibilità di trasmissione interumana, le modalità di diffusione e il livello di contagiosità risultano profondamente differenti rispetto a quelli osservati durante la pandemia di Covid-19.

 

Qual è il reale rischio epidemiologico dell’Hantavirus?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), il rischio epidemiologico associato agli Hantavirus rimane basso e non suggerisce scenari paragonabili a quelli osservati durante la pandemia di Covid-19.

“La dinamica di trasmissione è completamente diversa rispetto al SARS-CoV-2 - sottolinea la prof.ssa Castagna -. Non siamo di fronte a un virus caratterizzato da elevata diffusibilità respiratoria nella popolazione generale”.

Un elemento cruciale riguarda il ruolo dei roditori come serbatoi naturali del virus. Ogni Hantavirus è, infatti, associato a specifiche specie murine o arvicole, che ospitano il virus senza sviluppare malattia clinicamente evidente.

“I roditori convivono con il virus senza manifestare sintomi - spiega l’infettivologa -. Questo li rende serbatoi naturali estremamente efficienti, biologicamente molto diversi dall’uomo, che invece può sviluppare forme cliniche anche severe”.

Nel corso degli anni, sono stati documentati piccoli cluster epidemici, generalmente correlati a un’aumentata esposizione umana a roditori infetti o ai loro escreti. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la trasmissione avviene direttamente dall’animale all’uomo.

 

Come proteggersi dagli Hantavirus?

La prevenzione rappresenta la strategia più efficace per ridurre il rischio di infezione.

“Una misura semplice e importante resta il lavaggio accurato delle mani - ricorda la prof.ssa Castagna -. 

È, inoltre, fondamentale prestare attenzione agli ambienti potenzialmente infestati da roditori”. In cantine, depositi, baite o ambienti rurali chiusi, dove possano essere presenti escrementi di roditori, è consigliabile evitare di spazzare a secco, poiché questa pratica può aerosolizzare particelle contaminate. È preferibile utilizzare detergenti, panni umidi e, se necessario, dispositivi di protezione individuale adeguati durante le operazioni di pulizia.

Per il personale sanitario, i casi sospetti o confermati devono essere gestiti secondo protocolli specifici di isolamento e biosicurezza. L’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (DPI), inclusi guanti e mascherine, è raccomandato durante l’assistenza ai pazienti.

Gli eventuali casi sospetti vengono generalmente indirizzati presso i centri di riferimento per le malattie infettive, tra cui l’Ospedale Luigi Sacco di Milano, l’IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia e l’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma.

Cosa fare se si contrae l'Hantavirus?

Nonostante il rischio epidemiologico sia considerato basso, non devono essere sottovalutati eventuali sintomi compatibili con infezione da Hantavirus: febbre, sintomi respiratori, insufficienza renale acuta o manifestazioni emorragiche devono essere valutati tempestivamente, soprattutto in presenza di un’anamnesi epidemiologica suggestiva, come viaggi in aree endemiche o contatti con roditori.

La correlazione tra sintomi clinici e storia di esposizione è fondamentale per orientare correttamente il sospetto diagnostico.

 

Qual è il periodo di incubazione?

Uno degli aspetti più rilevanti dell’Andes virus riguarda il periodo di incubazione relativamente lungo, che può raggiungere le 6 settimane.

“Questo implica che i contatti stretti di un caso confermato debbano essere monitorati per un periodo prolungato poiché i sintomi possono comparire anche molti giorni dopo l’esposizione - prosegue la specialista -. 

Nelle fasi iniziali dell’infezione, inoltre, i test diagnostici possono risultare negativi. Sia la PCR sia la sierologia potrebbero non positivizzarsi immediatamente; per questo è necessario mantenere un adeguato periodo di osservazione clinica”.

 

Quanto è letale l'Hantavirus?

La severità clinica varia significativamente in base al ceppo virale coinvolto.

Gli Hantavirus europei, come Puumala e Dobrava-Belgrado, presentano generalmente tassi di mortalità contenuti. Nel caso del virus Puumala, la letalità è inferiore all’1%, mentre per il Dobrava-Belgrado può raggiungere circa il 5%.

Diversa la situazione dell’Andes virus, associato alla sindrome polmonare da Hantavirus (HPS), una forma clinica più grave.

La mortalità associata all’Andes virus può raggiungere il 30-40%, ma si tratta di un’infezione confinata a specifiche aree del Sud America.

 

Quali animali sono responsabili della trasmissione?

Il serbatoio naturale degli Hantavirus è rappresentato dai roditori selvatici. Ogni variante virale tende ad associarsi a una specifica specie animale.

Le specie coinvolte variano in base all’area geografica:

  • Andes virus: principalmente associato al roditore Oligoryzomys longicaudatus (ratto colilargo), diffuso in Sud America;
  • Puumala virus: associato all’arvicola rossastra (Myodes glareolus), presente in Europa;
  • Dobrava-Belgrado virus: associato ad alcune specie del genere Apodemus (topi selvatici).

Queste differenze ecologiche e geografiche contribuiscono a limitare la diffusione globale dei diversi Hantavirus.

“Non tutti i roditori trasmettono gli stessi Hantavirus. Le specie presenti in Europa sono differenti da quelle diffuse in Sud America, così come differenti sono i virus associati - conclude Castagna -. 

Questa specificità ecologica rappresenta un’ulteriore ragione principale per cui gli esperti ritengono improbabile una diffusione globale sovrapponibile a quella osservata con il Covid-19”.

 

Hantavirus e Covid-19: quali sono le differenze?

Gli Hantavirus non si comportano come il SARS-CoV-2. L’Andes virus, appartenente alla famiglia degli Hantavirus, e il coronavirus responsabile del Covid-19 condividono infatti la possibilità di trasmissione da uomo a uomo, ma con caratteristiche epidemiologiche molto diverse.

“La contagiosità del Covid-19 era estremamente elevata, mentre quella dell’Andes virus appare significativamente inferiore - spiega la prof.ssa Castagna -. I focolai descritti in letteratura hanno mostrato una diffusione limitata e generalmente controllabile”.

Anche le modalità di trasmissione differiscono in modo sostanziale:

  • nel caso del SARS-CoV-2, la trasmissione avviene prevalentemente per via aerea attraverso droplets e aerosol respiratori; 
  • nel caso degli Hantavirus, la principale modalità di infezione rimane il contatto con escreti di roditori infetti (urine, feci o saliva) oppure con particelle contaminate aerosolizzate.

“È importante non parlare genericamente di Hantavirus - prosegue l’esperta -. Solo l’Andes virus ha dimostrato una trasmissione interumana documentata, mentre gli Hantavirus circolanti in Europa non presentano evidenze di diffusione stabile tra esseri umani”.

In Europa, i ceppi più frequentemente identificati sono il virus Puumala e il virus Dobrava-Belgrado, responsabili prevalentemente di febbre emorragica con sindrome renale (HFRS). A oggi, non esistono evidenze scientifiche di trasmissione interumana sostenuta per questi virus.