Dito a scatto: il percorso di diagnosi e cura all’IRCCS Ospedale San Raffaele

Dito a scatto: il percorso di diagnosi e cura all’IRCCS Ospedale San Raffaele

PUBBLICATO IL 14 GENNAIO 2026

Dito a scatto: il percorso di diagnosi e cura all’IRCCS Ospedale San Raffaele

PUBBLICATO IL 14 GENNAIO 2026

Consulta il CV del dott. Carozzo, Chirurgo della Mano e del Polso dell'Ospedale San Raffaele

Il dito a scatto, o tenovaginalite stenosante, è una patologia infiammatoria che coinvolge i tendini flessori delle dita della mano. 

Solitamente si manifesta con un blocco doloroso durante il movimento del dito, percepito come uno scatto improvviso, seguito spesso dalla difficoltà nel raddrizzarlo completamente. Nei casi più complessi, questo blocco può anche diventare permanente, compromettendo la funzionalità dell’intera mano.

All’IRCCS Ospedale San Raffaele, il dito a scatto viene trattato con un percorso terapeutico multidisciplinare personalizzato, che coinvolge medici specialisti in chirurgia della mano e terapisti occupazionali esperti in riabilitazione e specialisti in diagnostica per immagini.

L’obiettivo è fornire a ogni paziente un trattamento mirato, definito in base alla gravità dei sintomi e allo stadio della patologia, per garantire un recupero il più efficace e duraturo possibile. Ne parliamo con il dottor Mattia Carozzo, responsabile dell’Unità operativa di Chirurgia della Mano all’IRCCS Ospedale San Raffaele

 

Cos’è il dito a scatto e quali sono le sue cause

Il dito a scatto è una condizione ortopedica che si verifica quando il tendine flessore di un dito fatica a scorrere all’interno delle pulegge, le strutture che lo mantengono aderente all’osso durante il movimento. 

“In particolare, la puleggia presente alla base del dito è spesso responsabile dell’ostacolo che provoca il blocco. L’infiammazione del tendine o di questa puleggia può portare a un restringimento dello spazio disponibile, impedendo lo scorrimento fluido del tendine” afferma il dottor Carozzo.

Le cause del dito a scatto possono essere diverse: 

  • microtraumi ripetuti;
  • movimenti manuali prolungati;
  • condizioni predisponenti come il diabete e alcune malattie infiammatorie.

“Nonostante possa colpire chiunque, il dito a scatto è più frequente tra i 40 e i 60 anni, e tende a presentarsi più spesso nella mano dominante” specifica lo specialista.

 

Come avviene la diagnosi del dito a scatto 

Presso l’Unità operativa di Chirurgia della mano dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, il percorso inizia con una visita specialistica di chirurgia della mano, in cui il medico: 

  • valuta la storia clinica del paziente e i suoi sintomi; 
  • effettua un esame obiettivo della mano. 

“In molti casi, la sola valutazione clinica è sufficiente per formulare già la diagnosi. Tuttavia, in presenza di situazioni incerte o se occorre una maggiore definizione dello stato infiammatorio, può essere utile l’esecuzione di un esame ecografico. Quest’ultimo consente di visualizzare direttamente i tendini flessori e le pulegge, confermando l’eventuale ispessimento o l’infiammazione” indica il chirurgo della mano.

 

Trattamento conservativo: il tutore per il dito a scatto 

Quando il dito a scatto è in fase iniziale o moderata e non si riscontrano blocchi articolari severi, il primo approccio indicato è di tipo conservativo. “Questo prevede l’intervento di un terapista occupazionale specializzato nella riabilitazione della mano, che realizza 2 dispositivi su misura:

  • un tutore notturno che scarica il carico sul tendine, permettendo al tessuto infiammato di riposare durante le ore notturne;
  • un tutore funzionale diurno, simile a un anellino, che consente al paziente di usare il dito evitando però la flessione dell’articolazione metacarpo-falangea, quella più coinvolta nel movimento responsabile dello scatto. 

“L’utilizzo di questi 2 ausili consente una mobilizzazione protetta, riducendo così il rischio di rigidità e favorendo il recupero funzionale” aggiunge lo specialista.

Riabilitazione ed esercizi per il dito a scatto

Oltre all’uso di questi tutori, il terapista può: 

  • prescrivere in aggiunta esercizi specifici;
  • se necessario, consigliare l’applicazione di impacchi freddi

In alcuni casi selezionati, l’ortopedico può anche valutare l'infiltrazione di corticosteroidi.

“I risultati del trattamento conservativo sono molto incoraggianti se la patologia viene affrontata precocemente. In molti casi, i sintomi si risolvono nel giro di alcune settimane senza bisogno di ricorrere alla chirurgia” afferma il dottor Carozzo.

 

Quando è necessario l’intervento chirurgico per il dito a scatto

Lo specialista in chirurgia della mano potrebbe consigliare il ricorso alla chirurgia per il dito a scatto se:

  • il trattamento conservativo non dà i risultati sperati
  • il dito rimane bloccato in modo persistente.

Spiega il chirurgo: “L’intervento chirurgico mininvasivo alla mano:  

  • è di breve durata;
  • viene eseguito in anestesia locale
  • consiste nella liberazione del tendine flessore attraverso una piccola incisione che permette di sezionare la puleggia responsabile del blocco. In questo modo il tendine può tornare a scorrere liberamente”.

I vantaggi dell’intervento chirurgico mininvasivo per il dito a scatto

I vantaggi della chirurgia mininvasiva sono, quindi, molteplici:

  • riduzione dei tempi operatori;
  • minor traumatismo per i tessuti;
  • ritorno rapido alle attività quotidiane.

Nella maggior parte dei casi, il paziente può muovere la mano già dopo poche ore dall’intervento, con un decorso generalmente rapido e ben tollerato.

 

Riabilitazione post-operatoria e follow-up

Dopo l’intervento, è previsto un protocollo riabilitativo personalizzato, seguito dallo stesso terapista della mano che ha gestito la fase conservativa, garantendo così continuità nel percorso terapeutico. 

Gli obiettivi principali della riabilitazione post-chirurgica sono:

  • il recupero della piena mobilità articolare;
  • la riduzione dell’edema e del dolore post-operatorio;
  • prevenzione e trattamento di eventuali esiti cicatriziali.

“Il percorso viene sempre adattato alle caratteristiche del singolo paziente, in base all’età, allo stile di vita e alla risposta clinica all’intervento” indica Carozzo.