Quando rivolgersi a uno psicologo per bambini: segnali da osservare

Quando rivolgersi a uno psicologo per bambini: segnali da osservare

PUBBLICATO IL 09 APRILE 2026

Quando rivolgersi a uno psicologo per bambini: segnali da osservare

PUBBLICATO IL 09 APRILE 2026

Consulta il CV della Prof.ssa Ogliari, Specialista in Psicologia Clinica e Psicotera all’Ospedale San Raffaele Turro di Milano

Lo psicologo infantile o per bambini, o più correttamente lo psicologo dell’età evolutiva, può supportare i bambini, i ragazzi e i giovani adulti in caso di difficoltà emotive, esigenze sociali, educative e sanitarie. 

Con la prof.ssa Anna Ogliari, Associata in Psicologia clinica e responsabile dell’Unità di Psicologia clinica dell’Età evolutiva dell’Ospedale San Raffaele Turro a Milano, scopriamo le aree di intervento ma anche quali segnali osservare, quando e a chi chiedere aiuto. 

 

Cosa fa lo psicologo infantile

“Il ruolo dello psicologo dell'età evolutiva in Italia si sta evolvendo in risposta a nuove esigenze sociali, educative e sanitarie, con un focus crescente sulla prevenzione, l'integrazione e l'interdisciplinarità. La sua attività – spiega la prof.ssa Anna Ogliari - comprende:

  • la gestione di difficoltà;
  • la promozione del benessere psicologico;
  • la valorizzazione delle potenzialità evolutive dei soggetti in età di sviluppo. 

Può intervenire nella modulazione delle competenze emotive, cognitive e sociali, collaborando attivamente con la famiglia e il contesto scolastico. Grazie all’impiego di strumenti e metodologie basati su evidenze scientifiche, lo psicologo infantile contribuisce:

  • prevenzione di problematiche future
  • potenziamento delle risorse individuali del bambino

favorendo una crescita armonica, resiliente e consapevole”.

 

L’età evolutiva: cos’è e quali sono le sue fasi

“Con il termine età evolutiva si fa riferimento al periodo che va dalla nascita fino al completamento dell’adolescenza, comprendendo dunque le fasi della prima infanzia, della fanciullezza e dello sviluppo adolescenziale,”. 

Esistono anche delle sottofasi che è possibile descrivere come segue:

  • prima infanzia, il periodo 0–3 anni (sviluppo neuropsicomotorio, attaccamento, prime regolazioni emotive);
  • età prescolare, il periodo 3–5 anni (sviluppo del linguaggio, funzioni esecutive emergenti, socializzazione primaria);
  • età scolare, il periodo 6–10 anni (apprendimento, autostima, competenze sociali, eventuali disturbi specifici dell’apprendimento); 
  • preadolescenza, il periodo 11–13 anni (cambiamenti puberali, identità corporea, relazioni con i pari); 
  • adolescenza, il periodo 14–18 anni (sviluppo dell’identità, regolazione emotiva, autonomie, scelte scolastiche e sociali).

“Secondo la letteratura più recente – approfondisce la prof.ssa Ogliari - l’età evolutiva si può estendere fino ai 21 anni per alcune problematiche specifiche legate alla transizione verso l’età adulta (giovani adulti)”. 

Dall’età evolutiva all’età adulta: quando passare allo psicologo degli adulti  

“Il passaggio alla psicologia dell’adulto non è rigidamente fissato da un’età anagrafica, ma può dipendere dal tipo di problematica, dal livello di autonomia e di identità raggiunta dal paziente e infine dal contesto di cura - spiega la psicoterapeuta -. In linea generale: 

  • fino ai 18 anni lo psicologo di riferimento è quello dell’età evolutiva; 
  • dai 18 anni in sù la presa in carico può passare allo psicologo dell’adulto; 
  • tra i 16 e i 21 anni esiste un’area di transizione in cui può essere indicata una collaborazione tra psicologi dell’età evolutiva e psicologi dell’adulto, a seconda del bisogno clinico”.

 

Ambiti di intervento nella psicologia dell’età evolutiva 

“Lo psicologo infantile e dell’età evolutiva si occupa di:

  • valutazione e diagnosi di disturbi del neurosviluppo (es. DSA, ADHD, disturbi dello spettro autistico);
  • sostegno alle difficoltà emotive e relazionali (ansia, paure, gestione della rabbia, dinamiche familiari);
  • promozione delle competenze socio-emotive e cognitive;
  • interventi di supporto in ambito scolastico;
  • accompagnamento nei passaggi di sviluppo (inserimento scolastico, pubertà, separazioni genitoriali, eventi traumatici);
  • prevenzione e promozione del benessere (programmi psicoeducativi e di resilienza).

 

Segnali emotivi e comportamentali da non sottovalutare 

“Nel corso dell’età evolutiva alcuni segnali, emotivi e comportamentali, possono rappresentare indicatori di disagio psicologico o di possibili difficoltà evolutive. Non sempre sono patologici in sé, ma la loro intensità, persistenza e interferenza con la vita quotidiana possono richiedere attenzione clinica”. 

Tra i principali segnali e sintomi di un possibile disagio transitorio o di un disturbo psicologico nei minori (0-18 anni) e nei giovani adulti (18-21 anni) è possibile indicare i seguenti:

  • significative alterazioni dell’umore (per esempio, tristezza frequente, marcata irritabilità, difficoltà emotive sproporzionate rispetto al contesto);
  • difficoltà nelle relazioni con i pari o persistente ritiro sociale (per esempio, difficoltà a instaurare o mantenere amicizie, marcata ansia sociale o isolamento);
  • comportamenti regressivi o perdita di competenze già acquisite (enuresi, difficoltà nel linguaggio o nelle autonomie dopo che erano state raggiunte);
  • difficoltà comportamentali, come aggressività marcata, impulsività incontrollata, condotte oppositive persistenti;
  • difficoltà scolastiche non spiegabili solo da fattori cognitivi (come calo improvviso del rendimento, rifiuto scolastico) accompagnate da possibili somatizzazioni (quali il mal di pancia e/o il mal di testa ricorrenti) associate all’ambiente scolastico.

“Questi segnali, se frequenti e stabili nel tempo, - evidenzia la professoressa - vanno considerati come campanelli d’allarme che possono indicare la necessità di una valutazione psicologica, al fine di distinguere tra un disagio transitorio e un disturbo in via di strutturazione”.

 

Età e momenti critici in cui può essere utile il supporto psicologico 

Secondo la prof.ssa Ogliari: “Ogni fase dello sviluppo può richiedere un'attenzione da parte di uno specialista; tuttavia, le necessità sono diverse a seconda delle età. 

Durante la prima infanzia (0–3 anni) possono emergere: 

  • difficoltà di attaccamento o nella regolazione emotiva; 
  • disturbi del linguaggio; 
  • segnali precoci di disturbi del neurosviluppo. 

Durante l’età prescolare e scolare (3–10 anni) ovvero una fase di consolidamento delle competenze cognitive, linguistiche e sociali possono emergere con maggiore evidenza: 

  • disturbi specifici dell’apprendimento; 
  • prime difficoltà comportamentali. 

Durante la preadolescenza e pubertà (11–13 anni) aumentano: 

  • vulnerabilità di natura ansiosa; 
  • conflittualità intra-familiari; 
  • difficoltà relazionali con i pari. 

L’adolescenza (14–18 anni), momento di cambiamenti neurobiologici, corporei ed emotivi e momento cruciale per la costruzione dell’identità e delle autonomie, è, secondo i dati epidemiologici recenti, la fascia d’età con il maggior incremento di richieste di intervento psicologico, soprattutto per: 

  • disturbi internalizzanti (ansia, depressione);
  • difficoltà di regolazione emotiva. 

Infine, la fascia di età di transizione all’età adulta (18–21/25 anni), fase particolarmente critica per il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, è oggi considerata un’area ad altissima richiesta di supporto psicologico con sfide legate a:

  • studio universitario; 
  • scelte lavorative; 
  • costruzione di relazioni intime, oggi considerata un’area ad altissima richiesta di supporto psicologico”.

 

Le fasi più critiche dello sviluppo

Esistono delle fasi della vita che richiedono maggior ascolto psicologico da parte degli adulti in generale, come i genitori e gli educatori, e nelle quali può giovare la consulenza di un esperto di psicologia dell’età evolutiva. 

“Secondo i dati di prevalenza e le richieste cliniche le fasi più critiche sono: 

  • la pubertà (11–13 anni), per la complessità dei cambiamenti corporei e identitari; 
  • la tarda adolescenza adulthood (16–25 anni), per il rischio di esordio di disturbi psicopatologici maggiori (quali, per esempio, l’ansia, la depressione, i disturbi alimentari e l’abuso di sostanze).

Pertanto, la fase di transizione adolescenza–età adulta, e in particolare la pubertà, rappresentano uno snodo centrale per la presa in carico psicologica".

Come lo psicologo dell’età evolutiva potrebbe o dovrebbe essere consultato dalle famiglie o da altri educatori durante la fase della pubertà? La prof.ssa Anna Ogliari risponde:

"Durante la pubertà lo psicologo dell’età evolutiva dovrebbe essere consultato:

  • dalle famiglie, come figura di supporto per comprendere i cambiamenti emotivi e comportamentali del figlio e per ricevere indicazioni educative;
  • dagli insegnanti e altri educatori, per interpretare segnali di disagio scolastico o relazionale e promuovere strategie di inclusione;
  • dal ragazzo stesso, quando manifesta difficoltà di regolazione emotiva, ansie legate al corpo e all’identità, o comportamenti problematici.

L’intervento in questa fase si configura non solo come ‘cura’ di sintomi, ma come accompagnamento evolutivo (come un tutor, una guida, qualcuno di fidato con cui confidarsi, ndr), che aiuta a trasformare i conflitti e le fragilità tipiche della pubertà in risorse per lo sviluppo identitario e relazionale”.

 

Modalità di intervento dello psicologo per bambini 

“Lo psicologo dell’età evolutiva dispone di diversi strumenti di intervento, che vengono scelti in base all’età del bambino e alla natura della difficoltà. Tra gli strumenti possiamo ricordare:

  • la valutazione psicodiagnostica, essa comprende colloqui clinici, test cognitivi, proiettivi e questionari standardizzati per comprendere il profilo di sviluppo, le risorse e le aree critiche;
  • i colloqui psicologici e la psicoterapia, individuale o di gruppo, i quali comprendono l’utilizzo di approcci specifici (come, per esempio, il gioco-terapia, la terapia cognitivo-comportamentale, la psicodinamica ecc.) per favorire l’elaborazione emotiva e la crescita delle competenze relazionali; 
  • il Parent training e il sostegno genitoriale, ovvero dei percorsi di accompagnamento rivolti ai genitori per migliorare le strategie educative e comunicative con il bambino;
  • gli interventi psicoeducativi, che mirano al potenziamento delle abilità cognitive, sociali ed emotive (es. training sulle funzioni esecutive, gestione dell’ansia, life skills);
  • la collaborazione con la scuola e gli educatori, la quale consente infine di costruire progetti educativi individualizzati attraverso consulenze agli insegnanti, osservazioni in classe”.