Cosa sono gli studi clinici? Fasi, tipologie e come partecipare

Cosa sono gli studi clinici? Fasi, tipologie e come partecipare

PUBBLICATO IL 30 MARZO 2026

Cosa sono gli studi clinici? Fasi, tipologie e come partecipare

PUBBLICATO IL 30 MARZO 2026

Gli studi clinici, detti anche trial clinici o clinical trial, sono ricerche condotte su persone per studiare malattie, trattamenti o interventi sanitari, valutandone la sicurezza e l’efficacia. Ogni intervento adottato nella pratica clinica, come l’assunzione di un farmaco, è infatti il risultato di un percorso di ricerca rigoroso che ha adottato metodologie e perseguito finalità ben precise. 

Approfondiamo tipologie, fasi e partecipazione agli studi clinici insieme alla Segreteria Tecnico Scientifica del Comitato Etico Lombardia 1 dell'IRCCS Ospedale San Raffaele.

 

Come funzionano gli studi clinici: finalità e metodologia 

A seconda della finalità perseguita, gli studi clinici si possono suddividere, generalmente, in 2 categorie principali:

  • gli studi sperimentali, in cui i ricercatori intervengono assegnando ai gruppi di partecipanti dei trattamenti specifici;
  • gli studi osservazionali, in cui i partecipanti vengono invece osservati senza modificare i loro piani terapeutici, con la finalità di raccogliere informazioni sul naturale decorso della malattia o sugli effetti dei trattamenti già in uso.

Tipologie di gruppi partecipanti

Gli studi clinici sono generalmente progettati come studi controllati, cioè prevedono il confronto tra 2 tipologie di gruppi partecipanti:

  • gruppo sperimentale, che riceve il trattamento in esame;
  • 1 o più gruppi di controllo, che possono ricevere un placebo (una sostanza priva di principio attivo) o una terapia standard già in uso.

Il confronto tra gruppo sperimentale e i gruppi di controllo consente di attribuire in modo più accurato gli effetti osservati al trattamento studiato.

Randomizzazione dello studio clinico 

Per ridurre il rischio di distorsioni nei risultati, viene spesso utilizzata la randomizzazione, un procedimento attraverso il quale i partecipanti vengono assegnati casualmente ai diversi gruppi di studio.

Le tecniche di mascheramento degli studi clinici

Inoltre, in molti casi si adottano tecniche di “mascheramento”, ovvero procedure volte a nascondere l’assegnazione del trattamento per ridurre bias e influenze soggettive, che possono essere di 2 tipi:

  • a cieco: in uno studio “a cieco”, il partecipante non è a conoscenza del trattamento ricevuto;
  • a doppio cieco: in uno studio “a doppio cieco”, invece, né il partecipante, né il ricercatore che valuta gli esiti conoscono l’assegnazione dei soggetti ai gruppi di studio.

 

Come partecipare ad uno studio clinico

I soggetti coinvolti negli studi clinici sono selezionati sulla base di criteri di inclusione ed esclusione definiti nel protocollo di studio, che tengono conto di fattori quali età, stato di salute, presenza di patologie concomitanti e assunzione di altri trattamenti.

A seconda della fase dello studio, i partecipanti possono essere: 

  • sani; 
  • affetti dalla patologia oggetto di studio. 

In ogni caso, la partecipazione è volontaria e subordinata alla firma di un consenso informato, che garantisce al soggetto una comprensione adeguata degli obiettivi, dei rischi e dei benefici dello studio.

 

Fase I, II, III, IV studio clinico

Lo studio clinico di un nuovo trattamento si articola generalmente in 4 fasi principali:

  • fase I: condotta su un numero limitato di soggetti; l’obiettivo principale è la valutazione della sicurezza e della tollerabilità del trattamento precedentemente sviluppato in laboratorio (nella cosiddetta fase preclinica);
  • fase II: coinvolge un numero maggiore di partecipanti, generalmente pazienti affetti dalla patologia di interesse, e mira a ottenere le prime evidenze di efficacia, oltre a definire il dosaggio ottimale e il profilo di sicurezza;
  • fase III: caratterizzata da studi su larga scala, condotti su popolazioni più ampie e rappresentative. In questa fase si confronta il nuovo trattamento con le terapie standard, al fine di confermarne l’efficacia clinica e individuare eventi avversi meno frequenti. Per dare un’idea, per osservare una reazione avversa rara con probabilità tra 0,01% e 0,1%, sono necessari quasi 30.000 pazienti affinché sia rilevata almeno una volta; per una reazione non comune (0,1–1%) servono circa 3.000 pazienti; per una reazione comune (1–10%) circa 300; e per una reazione molto comune (>10%) solo circa 30 pazienti. I risultati della fase III costituiscono la base per la richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio;
  • fase IV, altresì detta di farmacosorveglianza: comprende studi effettuati dopo l’approvazione del trattamento, con l’obiettivo di monitorarne l’efficacia e la sicurezza nella pratica clinica reale e di identificare effetti a lungo termine o rari.

 

Perché partecipare a uno studio clinico

Sebbene sia necessario precisare che, nonostante i rigori metodologici, gli studi clinici possono comportare alcuni rischi, tra cui possibili effetti collaterali del trattamento o efficacia non confermata in tutti i soggetti, partecipare a una sperimentazione clinica offre vantaggi concreti sul piano personale e collettivo. 

I partecipanti hanno accesso a nuovi trattamenti o a terapie innovative, spesso prima che siano disponibili al pubblico, e ricevono un monitoraggio medico costante, con visite regolari e supporto specialistico. Questo permette ai medici di seguire con estrema precisione l'andamento del trattamento e la risposta del paziente.

Partecipare a uno studio clinico all’IRCCS Ospedale San Raffaele, realtà che integra ricerca scientifica e pratica clinica, offre l’opportunità di accedere a terapie innovative e a un monitoraggio altamente specializzato.

 

Dal 1025 a oggi: la storia degli studi clinici 

Gli studi clinici hanno una lunga storia: già nel 1025 Avicenna, medico e filosofo persiano, nel suo Canone della medicina, formulò alcuni principi per testare in modo sistematico l’efficacia dei farmaci.

Secoli dopo, nel 1747 il medico scozzese James Lind, attraverso quella che generalmente viene ricordata come la prima sperimentazione controllata, dimostrò l’efficacia degli agrumi contro lo scorbuto, una malattia da carenza grave e prolungata di vitamina C.

È però nel XX secolo che emergono standard metodologici ed etici condivisi. 

Il Rapporto Belmont

Per far fronte alle gravi violazioni etiche emerse in studi condotti in precedenza, come il Tuskegee Syphilis Study, in cui per decenni pazienti afroamericani affetti da sifilide furono osservati senza cure adeguate, né un consenso informato, nel 1979 venne pubblicato negli Stati Uniti il Rapporto Belmont, redatto dalla Commissione Nazionale per la Protezione dei Soggetti Umani nella Ricerca Biomedica e Comportamentale, con l’obiettivo di definire i principi fondamentali per la tutela dei soggetti umani nella ricerca biomedica.

I principi definiti dal Rapporto Belmont sono:

  • il rispetto per le persone, che si traduce nel consenso informato e nella tutela dell’autonomia;
  • la beneficenza, intesa come massimizzazione dei benefici e minimizzazione dei rischi;
  • la giustizia, che riguarda l’equa selezione dei soggetti e la distribuzione dei benefici e degli oneri della ricerca.

Questi principi costituiscono ancora oggi la base delle normative etiche che regolano gli studi clinici a livello internazionale.

Le autorità regolatorie oggi

La conduzione degli studi clinici oggi è regolata da autorità nazionali e internazionali, come: 

  • l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) in Italia 
  • l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) in Europa 
  • la Food and Drug Administration (FDA, in italiano Agenzia per gli alimenti e i medicinali) negli Stati Uniti.

Questi enti sono responsabili della valutazione scientifica e regolatoria dei medicinali e della loro autorizzazione alla commercializzazione: 

  • analizzano i dati su qualità, sicurezza ed efficacia dei farmaci; 
  • verificano che gli studi siano stati condotti correttamente; 
  • possono richiedere ulteriori approfondimenti prima di concedere l’approvazione.

Comitati etici

L’approvazione e la supervisione degli studi clinici coinvolgono inoltre i comitati etici, organismi indipendenti fondamentali per la tutela dei partecipanti. I comitati etici sono composti da professionisti con competenze diverse: 

  • medici; 
  • farmacologi; 
  • biostatistici; 
  • avvocati ed esperti di diritto sanitario;
  • bioeticisti; 
  • rappresentanti dei pazienti o della società civile. 

Questa composizione multidisciplinare garantisce una valutazione equilibrata non solo dal punto di vista scientifico, ma anche etico e sociale. Il compito principale dei comitati etici è verificare che i diritti, la sicurezza e il benessere delle persone coinvolte nello studio siano sempre prioritari e che vengano rispettati. In particolare:

  • valutano il rapporto tra rischi e benefici; 
  • controllano che il protocollo sia scientificamente solido; 
  • si assicurano che il consenso informato sia chiaro, completo e comprensibile. 

In altre parole, il comitato etico rappresenta una garanzia di trasparenza e di protezione per i partecipanti, contribuendo a rafforzare la fiducia nella ricerca clinica.

Tutto questo avviene nel rispetto di linee guida internazionali condivise, come le Buone Pratiche Cliniche (in inglese, le Good Clinical Practice, GCP), che stabiliscono standard rigorosi per la progettazione, la conduzione, la registrazione e la comunicazione degli studi clinici.

 

La medicina basata sull’evidenza

Per “medicina basata sull’evidenza”, si intende un approccio che unisce i risultati delle migliori ricerche scientifiche disponibili con l’esperienza dei medici e le esigenze specifiche dei pazienti, così da orientare le decisioni cliniche in modo più consapevole. In questo contesto, gli studi clinici sono fondamentali per trasformare la ricerca in risultati concreti: grazie alla loro rigorosa progettazione e alla supervisione regolatoria, ogni nuovo trattamento viene valutato con attenzione, creando conoscenze affidabili su cui basare la medicina del futuro.