
Epatiti virali: perché scoprire l'infezione in tempo può fare la differenza
PUBBLICATO IL 28 LUGLIO 2026
Le epatiti virali continuano a rappresentare una delle principali sfide per la salute pubblica globale. Negli ultimi anni la ricerca ha messo a disposizione terapie sempre più efficaci e, in alcuni casi, in grado di guarire definitivamente l'infezione. Eppure, per milioni di persone il principale ostacolo non è ancora la disponibilità delle cure, ma la mancata diagnosi. Molte infezioni rimangono, infatti, silenziose per anni e vengono scoperte solo quando il fegato ha già subito un danno significativo.
È quanto emerge dal Global Hepatitis Report 2024 dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che fotografa una realtà ancora lontana dagli obiettivi di eliminazione delle epatiti virali fissati per il 2030. Secondo il rapporto, nel mondo convivono con un'infezione cronica da virus dell'epatite B (HBV) circa 254 milioni di persone, mentre 50 milioni sono affette da epatite C (HCV). Nel solo 2022, queste infezioni hanno causato 1,3 milioni di decessi, pari a circa 3.500 morti ogni giorno.
In occasione della giornata mondiale dell’epatite, che si celebra ogni anno il 28 luglio, abbiamo intervistato il Prof. Luca Guidotti, Vicedirettore Scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele (OSR), Group leader del laboratorio di Immunopatologia e Ordinario di Patologia Generale all’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR), e il Prof. Matteo Iannacone, Direttore dell’Istituto di Immunologia e Malattie Infettive OSR, Group Leader del laboratorio di Dinamica delle Risposte Immunitarie e Professore Ordinario di Patologia Generale UniSR.
Cos’è l’epatite, una malattia che può rimanere silenziosa
Con il termine epatite si indicano diverse malattie caratterizzate dall'infiammazione del fegato, che possono avere cause differenti. Tra queste, le infezioni da virus dell'epatite B (HBV) e dell'epatite C (HCV) meritano particolare attenzione perché possono persistere per molti anni senza dare sintomi e, nel tempo, compromettere la salute del fegato.
Chi è infetto da epatite B o C spesso conduce una vita del tutto normale e scopre la malattia solo in occasione di esami eseguiti per altri motivi o quando iniziano a comparire le prime complicanze.
Quando si manifestano disturbi come stanchezza persistente, perdita di appetito, nausea o ittero, l'infiammazione del fegato può essere presente da tempo. Per questo motivo la diagnosi precoce rappresenta uno degli strumenti più efficaci per prevenire l'evoluzione verso la cirrosi o il tumore del fegato.
La diagnosi richiede semplici esami del sangue, in grado di identificare l'infezione anche in assenza di sintomi. Per le persone che presentano fattori di rischio o appartengono alle categorie per cui è raccomandato lo screening, eseguire il test significa poter identificare precocemente l'infezione e, se necessario, iniziare rapidamente il percorso di monitoraggio o trattamento.
"La sfida principale è che molte persone convivono con l'infezione per anni senza saperlo - spiega il Prof. Matteo Iannacone -. Quando compaiono i sintomi, il danno al fegato può essere già avanzato. Per questo la diagnosi precoce rappresenta ancora oggi lo strumento più efficace per prevenire le complicanze e modificare la storia naturale della malattia".
Il divario tra diagnosi e cure per l’epatite, secondo l’OMS
I dati raccolti dall'OMS mostrano che la disponibilità di test e farmaci non si traduce ancora in un accesso uniforme alle cure.
Nel 2022 era stato diagnosticato soltanto il 13% delle persone con epatite B cronica e il 36% di quelle con epatite C. Ancora più basse le percentuali di chi aveva ricevuto un trattamento: circa il 3% dei pazienti con epatite B e il 20% di quelli con epatite C.
Questi numeri spiegano perché la diagnosi rappresenti ancora oggi il principale ostacolo al controllo delle epatiti virali. Individuare l'infezione nelle fasi iniziali permette infatti di intervenire prima che il danno al fegato diventi irreversibile e di ridurre in modo significativo il rischio di complicanze.
Terapie sempre più efficaci per curare l’epatite
Negli ultimi anni la gestione delle epatiti virali è cambiata profondamente.
Per l'epatite C sono oggi disponibili antivirali ad azione diretta che consentono di eliminare il virus nella grande maggioranza dei pazienti, con trattamenti di poche settimane e generalmente ben tollerati.
L'epatite B presenta invece caratteristiche diverse. Le terapie oggi disponibili permettono di controllare efficacemente la replicazione del virus e di ridurre il rischio di cirrosi e carcinoma epatico, ma nella maggior parte dei casi non riescono ancora a eliminarlo completamente. La ricerca sta però vivendo una fase di grande sviluppo. Nuove strategie terapeutiche, che combinano nuovi farmaci antivirali con strategie volte a favorire il controllo immunologico dell'infezione, stanno mostrando risultati promettenti e puntano a raggiungere la cosiddetta cura funzionale, ossia un controllo stabile dell'infezione anche dopo la sospensione della terapia.
"Negli ultimi anni abbiamo assistito a progressi molto importanti nella ricerca - osserva il Prof. Luca Guidotti -. Per l'epatite C disponiamo oggi di terapie in grado di eliminare il virus nella quasi totalità dei pazienti. Per l'epatite B l'obiettivo è ora raggiungere una cura funzionale attraverso nuove strategie terapeutiche".
Prevenzione e screening restano fondamentali
Accanto ai progressi terapeutici, la prevenzione continua ad avere un ruolo centrale.
La vaccinazione contro l'epatite B ha contribuito in modo determinante a ridurre il numero di nuove infezioni in molti Paesi.
Per l'epatite C, invece, non è ancora disponibile un vaccino e la prevenzione si basa soprattutto sulla diagnosi precoce, sulla sicurezza delle procedure sanitarie e sull'identificazione tempestiva delle persone infette.
Per chi presenta alterazioni persistenti degli esami del fegato, ha avuto possibili esposizioni a rischio o rientra nelle categorie per cui è raccomandato lo screening, è consigliabile parlarne con il proprio medico. Un semplice esame del sangue può consentire di identificare precocemente un'infezione ancora asintomatica e offrire la possibilità di intervenire prima che il danno al fegato diventi irreversibile.



